Come difendersi dalla psicopolizia

20/06/2013


Errori ci sono stati: ma non sempre dalla stessa parte.
Accade a tutti di sbagliare: alcuni errori sono rimediabili, altri lo sono solo in parte e poi ci sono i peggiori, quelli non rimediabili per nulla come,   ad esempio, certe distrazioni o inopportune audacie alla guida che possono costare la vita alle persone. La morte è un evento non rimediabile, ma definitivo.
A ben guardare nessun errore, ancorché insignificante e rimediabile può essere cancellato del tutto: resta quel punto nero  sulla linea del tempo, seminato sul sentiero della memoria. 
Tutti, anche i migliori fra noi, abbiamo commesso errori.
L'errore umilia e suscita rabbia: la rabbia può essere convertita in energia costruttiva, quando c'è da rimediare, ma se non c'è da rimediare può essere ribaltata e proiettata all'esterno (bisognerà pur difendersi dalla depressione).
La riparazione, quando il danno prodotto è definitivo, può tuttavia essere compiuta anche con operazioni di spostamento e generalizzazione: così qualcuno che non riesca a tollerare la colpa del male arrecato in un particolare evento della sua vita, può rendersi promotore di iniziative sociali tese a prevenire le circostanze o le condizioni interiori che l'hanno fatto cadere in fallo.
Non sempre questo è sufficiente, ma spesso si accompagna ad un irrigidimento del giudizio.
Il giudizio tende a crescere in rigidità in misura direttamente proporzionale alla intensità del senso di colpa ed entrambi di solito sono funzione di una struttura superegoica intransigente.

Quando vi siano emozioni intense e non sufficientemente elaborate a livello consapevole è facile inserirvi dall'esterno la manipolazione. La manipolazione utilizza di solito le emozioni il cui riconoscimento è intollerabile per l'individuo in quanto considerate negative ed inaccettabili sul piano etico e che pertanto vivono per lo più nascoste, come paura, invidia, avidità, colpa, vergogna, autosvalutazione e via elencando.
Tendiamo ad essere più severi nel giudizio ad esempio, quando dobbiamo valutare l'operato di coloro che occupano posizioni ben più prestigiose delle nostre: certo non per invidia (non potrebbe essere così semplice) ma se potessimo perdonare a noi stessi l'invidia, allora diventeremmo anche capaci di "tarare" il giudizio,  il che evidentemente non è da tutti.
Tendiamo ad allinearci con chi ci convalida, ma anche con chi temiamo: non per vanità, né per paura, si intende, se solo tuttavia, potessimo riconoscercene quel tanto che c'è, ne gioverebbe il nostro senso critico sempre in virtù di quella operazione matematica che ci consente di calcolare il netto, sottraendo dal lordo la tara.
Si potrebbe continuare a lungo su questo tenore, quanto lungo è l'elenco delle circostanze della vita e vasta la gamma dei sentimenti umani, ma non lo si può fare qui oggi.
Per oggi  basterà capire che la reale  comprensione della realtà che ci circonda non può prescindere dalla conoscenza del nostro strumento di osservazione e di indagine, ovvero di noi stessi e questo è quanto può bastare anche a tutelarci dai più comuni mezzi di manipolazione, quali terrorismo psicologico, lavaggio del cervello, mistificazioni ideologiche ed i condizionamenti fondati sui bisogni di appartenenza e convalida.

Riuscire a far lavorare il proprio cervello è un buon antidoto: la  predica  vale per elogio dell'indipendenza di giudizio ed appello al disarmo della psicopolizia.


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