La tutela dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia: la relazione del garante al parlamento

                                                                                                        10/06/2013

La notizia Ansa, che sembra non avere al momento risonanza in altre fonti di stampa, è che è stata presentata oggi al parlamento la relazione 2013 del garante per l'infanzia e l'adolescenza.
Si tratta di un resoconto crudo che evidenzia una grave latitanza istituzionale in tema di tutela della età evolutiva: la relazione è stata presentata al presidente del senato ed al ministro della giustizia.
A riprova del fallimento delle politiche fin qui adottate nel settore, vengono citati i dati già trasmessi recentemente dall'Istat: una condizione di "relativa" povertà (e bisognerebbe precisare cosa si intende per "relativa") coinvolge 1.822.000 minori, mentre 723.000 si trovano in condizioni di povertà "assoluta".
 Il fenomeno è più grave nelle regioni del sud dove le percentuali di minori afflitti dalla povertà risultano doppie rispetto alle zone del centro nord e dove sono più diffuse le famiglie "numerose" che come tali rischiano più facilmente di trovarsi in difficoltà economiche.
Ciò che viene denunciato in effetti è la mancanza di adeguati investimenti  nel settore da parte delle istituzioni.
Gli investimenti istituzionali sulla età evolutiva realizzabili attraverso le scuole,  soprattutto progetti di "scuola aperta", i servizi sociali ed educativi operanti sui territori, le mense, i centri ricreativi, sportivi e quanto altro si riesce ad immaginare, in un ottica per un minimo lungimirante, sono investimenti "a rendere" .
Di fatto la mancanza di politiche di tipo preventivo finisce  per obbligare le istituzioni e spese ben più consistenti, ma in compenso assai meno produttive sotto il profilo del recupero umano ed educativo dei soggetti coinvolti, quando a partire dalla preadolescenza ed adolescenza, i vissuti di svalutazione e di abbandono con la rabbia che ne deriva, arrivano a  generare comportamenti problematici e più o meno gravemente disturbati. 
Questo per sottolineare solo l'aspetto economico del problema, senza neanche voler prendere in considerazione la sofferenza umana che viene sperimentata da ciascun bambino nella emarginazione.
Ora  è pur vero che le risorse economiche sono eccessivamente  limitate ed insufficienti, ma sarebbe  ingenuo ritenere che basti una iniezione di liquidità a risolvere i problemi.
Cominciamo col dire che la povertà per se stessa, non può essere considerata una colpa e continuiamo col rilevare che ciò che paga lo stato per mantenere un minore in una comunità alloggio sarebbe più che sufficiente ad una madre assennata per provvedere anche a cinque figli.
La maggior parte dei bambini e ragazzi in condizione di grave deprivazione sociale hanno difficoltà a scuola e per lo più finiscono per ottenere (impropriamente) supporti alla integrazione scolastica: altra spesa che in moltissimi casi si rivela utile solo per i docenti ed i dirigenti scolastici, ma non per i ragazzi, che invece non frequentano affatto ....
Affrontare il problema della dispersione scolastica,  integrare interventi educativi territoriali con le programmazioni didattiche, stabilire collegamenti e formulare  progetti di intervento condivisi tra i servizi del territorio (sociali e sanitari) e gli operatori scolastici, rendere le scuole strutture "aperte", fornire supporti economici  alle famiglie (vigilando naturalmente sul corretto utilizzo dei sussidi) sono soltanto alcune delle ovvietà cui si riesce a pensare.
In realtà non solo occorrono maggiori risorse, ma soprattutto è necessario ristrutturare le politiche di intervento: oggi lo stato  si comporta spesso nei riguardi dei minori emarginati, poveri o comunque in difficoltà, come un genitore "distratto" che si decide a guardare i propri figli solo quando danno fastidio (ovvero producono comportamenti socialmente problematici) e quindi quando finalmente interviene, lo fa in modo punitivo (porta via i bambini).
La verità è che molte famiglie anche in grave difficoltà temono, piuttosto che sperare l'aiuto dalle istituzioni: questa è la cosa che deve cambiare!

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